Questa volta l’ho sentito dal vivo, a nemmeno un metro di distanza: invece di soccorrerli dovrebbero togliere il tappo alla barca e lasciarli li.


indexErano seduti sulle panchine, mi sono avvicinato per salutare un amico e lui mi ha fatto una battuta al volo: domani vai a Roma?
Tutto è partito da lì. Ho il pullman alle 7 da Lecco, ho risposto prontamente. 600 euro tutto compreso 200 per il viaggio e 400 per la Mondadori per contribuire alla spesa per De Benedetti. A De Gregorio ci ha pensato lui.
Il discorso della combriccola verteva sulla tassa dei rifiuti per la seconda casa, peccato non godersela per pochi euro in più rispetto ai residenti, ma mi sono reso conto del motivo per cui il piduista insiste sull’Imu, vedono il dito e non vedono la luna.
Senza nemmeno rendersi conto che sulla seconda casa l’Imu rimane come la tassa sui rifiuti e quella dell’acqua.
Tolto il mio amico ero nel bel mezzo dell’Italia che ha dato il bastone del comando al piduista, ex democristiani che hanno votato forza Italia e la lega non potendo votare fascista perché, purtroppo per loro, un partito fascista esplicito non esiste altrimenti si sarebbero sentiti a casa.
Ad ogni modo non sono riuscito a stare zitto ed ho ribattuto al devoto cattolico che invitava a togliere il tappo dal barcone che se si fosse trovato lui in mezzo al mare non l’avrebbe pensata in questo modo.
Io sarei rimasto a casa mia è stata la sua risposta.
Peccato che lui come me ed altri presenti non fosse né un montanaro né un lombardo ma un veneto che è emigrato per sfuggire alle zone depresse degli anni 50.
Oggi il mondo è più piccolo e c’è chi tra i nostri figli è costretto ad emigrare in Germania o in Inghilterra, non cambia di una virgola il concetto.
La figlia del devoto in questione volle che raccontassi come fu che il piduista venne in possesso della villa di Arcore e ne feci un riassunto veloce ma significativo.
Alla fine disse: è vero, la storia la conoscevo già.
Mi sono chiesto, non ad alta voce anche se il miserabile l’avrebbe meritato, come l’avrebbe pensata se avessero violentato sua figlia e l’avessero costretta ad emigrare per mandarla a battere in qualche bordello del mondo.
Se avrebbe fatto togliere il tappo anche in quel caso.
Quasi tutti, alla sua battuta infelice e feroce, fecero cenno con la testa come se la soluzione proposta dal miserabile fosse l’unica percorribile.
Qualche donna che ha conservato un minimo di umanità forse avrebbe voluto ribattere ma non ne ha avuto il coraggio ma ho capito che hanno apprezzato la mia reazione.
Insomma, come sempre, per il nostro popolino la colpa è sempre degli altri, i fascisti erano gli altri ed il duce era un buono che si è fatto deviare da Hitler.
E’ per questo che noi da oltre 70 anni non andiamo da nessuna parte.
Giusto per spargere fango a 360 gradi hanno tirato in ballo tutti anche per giustificare il fatto che hanno si sbagliato a votare ma tanto sono tutti uguali.
Ho detto che Greganti si è fatto la galera mentre migliaia di altri farabutti non l’hanno nemmeno visitata per un giorno ed allora mi hanno tirato fuori Penati che godrà della prescrizione.
Penati lo conosco personalmente da oltre trent’anni, ciò non mi ha impedito di ritenere opportuno che la giustizia facesse il suo corso, anzi, ho chiesto che se ritenuto colpevole gli venga raddoppiata la pena in quanto ex comunista.
Detto ciò ho voluto precisare due cose. La prima è che secondo i giornali Penati rinuncia alla prescrizione e la seconda è che se Penati usufruisse della prescrizione abbreviata godrebbe di una legge fatta su misura per il condannato piduista nelle cui mani il manipolo delle panchine ha affidato l’Italia nell’ultimo ventennio.
Comunque considerato che ognuno di noi ha il suo sogno, il miserabile in questione sogna che venga tolto il tappo al barcone in mezzo al mare, ho anch’io il mio sogno: che nel barcone ci sia lui e che venga tolto il tappo senza nemmeno andare al mare, mi basterebbe il lago di Como.
Buona domenica.

Io avevo i fattorini con il cellulare aziendale per questioni organizzative. Ci organizzavamo meglio nelle consegne e si risparmiava un sacco di tempo, migliorando il servizio.


indexSi poteva fare il contratto di sola ricezione ma non potevamo ridurci a chiedere al cliente per fare una telefonata. Il cellulare dei fattorini era, è, uno strumento utile per organizzare al meglio le consegne, fare variazioni in corso mentre si è in giro per la Lombardia ottimizzando il lavoro sia per l’azienda che per il cliente.
Le bollette con i consumi dei cellulari arrivavano a me con l’elenco delle telefonate effettuate.
4 fattorini, 4 cellulari e l’etica dei miei collaboratori era al 50%, non male direi, due lo usavano solo per lavoro ed altri due telefonavano anche alla morosa.
Erano cifre ridicole ma per una questione di educazione e di principio quando vedevo telefonate extra chiedevo chiarimenti: cosa fai usi il telefono aziendale per i fatti tuoi? Non la scopiamo mica noi la tua ragazza e perchè metti in conto all’azienda la telefonata per l’appuntamento?
Era un modo di scherzarci sopra facendo comunque arrivare il messaggio.
Le scuse erano sempre quelle, ho dimenticato a casa il mio cellulare, mi sono confuso ho preso uno per l’altro e così via.
ma se vuoi rimborso la spesa.
Non è una questione di soldi, rispondevo, è una questione di forma verso l’azienda e verso i colleghi che non fanno come te, non sbagliano mai telefono quando chiamano per i fatti loro.
Se capitava il giro lungo, andavamo anche sino a Genova, ovviamente si rimborsava anche il pasto purchè il ristorante non avesse le tre stelle Michelin.
Insomma si cercava di usare il buon senso e di limitare i paraculi, che ci saranno sempre. Tutto questo dipende dal manico, come piace dire a me, se trovi un capo rompiballe come me il vizio di telefonare con il cellulare della ditta lo perdi in pochi mesi, altri lasciano andare.
C’era anche di peggio in una concessionaria dove avevo lavorato in precedenza.
Come tanti sapranno i venditori di auto hanno tutti il telefono fisso sulla loro scrivania, ognuno di loro ha la sua linea alle volte interna tramite centralino altre volte diretta.
C’era un venditore già di una certa età che aveva una sorella in Liguria e tra le chiamate alla sorella e quelle che faceva da gennaio in poi per prenotare le ferie estive, si parla di ore ed ore al telefono con agenzie o con i padroni di casa vacanze, spendeva una cifra.
Il titolare era abbastanza di manina corta ma poco furbo, si lamentava delle spese telefoniche e nello stesso tempo se la faceva fare sotto al naso finchè un giorno non si rivolse a me, ero bravo ad incrociare spese ricavi flussi, e mi chiese di vedere come mai spendevamo così tanto di telefono. Per un tipo che per risparmiare non chiamava nemmeno la moglie era una sofferenza.
Mi feci dare le bollette e nel giro di un paio d’ore gli diedi l’elenco dei dipendenti con il riepilogo delle spese per telefonate private, che esulano dal lavoro. La cosa è molto semplice anche perchè di solito chiamano sempre gli stessi numeri, insomma se stai vendendo una macchina ad una persona non gli telefoni venti volte al mese.
Detto questo non mi è mai capitato di vedere nelle richieste di rimborso spese un barattolo di Nutella o un libro che tratta la Mignottocrazia.
E’ una questione di forma, di etica, di costume, di educazione.
Ma non facciamone un problema di Stato, non facciamoli passare per delinquenti è il classico modo di prendere le cose all’italiana.
Fare i furbi, applicare le regole a spanne, sentirsi migliori degli altri come quando freghi il parcheggio dell’auto a chi era in attesa.
Fermarsi in seconda fila con le 4 frecce accese credendo di sparire, insomma i piccoli soprusi e le meschine furbate per le quali noi italiani siamo celebri nel mondo.
Comunque torno a dire che, secondo me, il problema è sempre nel manico ed è per questo che io ritengo responsabile chi controlla, chi decide, chi comanda.
Non mi piaceva passare per fesso, molti non si rendevano nemmeno conto che la telefonata extra sarebbe stata rintracciabile e credevano di esser furbi. Non era una questione di soldi ma di principio, di rispetto per l’azienda e per i colleghi che non avevano il cellulare aziendale, ed è per questo che quando controllavo le bollette li chiamavo in ufficio per richiamarli all’ordine.
In piccolo, molto in piccolo, sono gli stessi controlli di routine che, si dice, dovrebbe fare la Banca d’Italia sui movimenti delle altre banche.
Qualcuno mi accusava di essere un comunista ma fascista nel lavoro, c’era un ispettore di casa madre che godeva nel definirmi così, diceva nel lavoro sei un fascista come me. Non so cosa intendesse dire perchè io facevo il mio dovere, non ho mai protetto i fannulloni ed ho sempre sputtanato i paraculi per rispetto mio, dell’azienda e dei colleghi. Niente favoritismi.
Detto questo ho sempre preferito guadagnarmi e farmi adeguare lo stipendio in base ai risultati e non alle furbate delle tre carte.
E’ solo una questione di mentalità. Diciamo che, come capo, verrei definito dal 90% degli italiani un rompicoglioni.
Gli stessi che si indignano dei rimborsi spese dei politici e magari fanno la piccola cresta nei  “loro” rimborsi spese.
Quelli che si lamentano quando gli “altri” parcheggiano in seconda fila.
Bankitalia e bilanci delle banche: chi controlla il controllore?
“Spese pazze” al Pirellone: indagati capigruppo opposizione Contestato barattolo di Nutella

Ho visto Don Gallo da Augias, presentava l’ultimo libro: Come un cane in chiesa. Mi ha emozionato, vado a comprarlo.


indexLe mie parole non servono a niente ed è per questo che mi servirò delle sue. Ho  studiato dai preti le parole di Gesù mi toccano anche se non credo in Dio.
Per me Gesù era il Don Gallo di 2000 anni fa e dato che io sono un contemporaneo di Don Gallo mi toccano di più le sue parole, come quelle di Don Milani, Card. Martini, Don Rigoldi, Don Vittorino e di tutti i preti come loro.
Certo mi piace Don gallo per quello che fa, quello che dice e perchè si fa chiamare “compagno” senza arrossire.
Compagno è una parola che mi manca, come i compagni ed i valori della sinistra. Dei comunisti.
Questo è un estratto del libro di Don Gallo.

Quelli che si credono “a posto” hanno un gran brutto vizio: quello di guardare sempre in casa degli altri. Dicono: «I peccatori sono gli altri», e non si sentono mai toccati dal discorso di Gesù. Che ipocrisia!
Io mi sento, ancora oggi a 84 anni, un peccatore. Mi sento sempre inadeguato, perché sono un garantito. È vero: lavoro per i poveri, i precari, i senza-casa, i rom, gli emarginati, i migranti, però sono un garantito rispetto all’umanità dolente che bussa ogni giorno alla mia porta e cerca aiuto. Sono un garantito rispetto a loro. Sono un peccatore-garantito, perché, se esco di casa e incontro un povero, allora gli do l’elemosina e con ciò, forse, credo di salvare la mia anima, di mettere a tacere la mia coscienza.

Vorrei che ogni mia azione caritatevole, tradotta in solidarietà, potesse produrre dei diritti, ma non a lunghissimo termine! Riconosco gli aspetti positivi della solidarietà assistenziale, ma mi sento peccatore per non essere riuscito, in tanti anni, a cambiare davvero le cose.
Ho visto che tante persone negli anni passati hanno lottato per i diritti – per ottenere lo Statuto dei lavoratori, per la parità uomo-donna –, ma ho notato che in questi ultimi tempi la nostra democrazia è entrata in una sorta di eutanasia. Che fine ha fatto l’articolo 3 della Costituzione, che sostiene che la Repubblica deve rimuovere qualunque ostacolo per favorire l’uguaglianza di tutti i cittadini? Lo voglio riportare per intero: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese».

In questo senso mi sento inadeguato e iper-garantito. Svolgo il mio servizio con i miei ragazzi della Comunità San Benedetto e da anni lavoriamo notte e giorno per la mia città, Genova, e credo che la generosità e l’onestà del nostro agire si vedano, e abbia anche la comprensione e l’apprezzamento di gran parte della popolazione.
Se scorressi l’elenco telefonico, non solo a Genova, ma in qualunque parte d’Italia ormai, e dicessi: «Pronto, sono don Gallo, mi invitate a cena stasera?», avrei una marea di inviti. Ecco perché, nonostante tutto, provo un senso di vergogna quando incontro i poveri e i peccatori. Recentemente ho rifiutato una sera di andare in un ristorante, un grande ristorante, perché già si sapeva in giro che arrivava don Gallo. E io, in quel momento, mi sono sentito un peccatore. Uno che va a cena dai garantiti per vanità. Mi sono sentito un peccatore addirittura duplice: infatti, pur non avendo nessun merito e nessuna carica, mi ritrovo sia iper-garantito sia un po’ famoso per effetto dei mass media e dell’opinione pubblica. E come faccio a non vergognarmi di fronte a questi miei fratelli che, a fatica, la sera riescono a rimediare una tazza di brodo caldo? Cosa dico a un ragazzo precario, a un disoccupato?

Sì, in molte situazioni siamo riusciti a evitare lo sfratto e la perdita di un appartamento pagato con il mutuo a chi aveva perso il lavoro, ma posso essere felice per così poco? Vivo queste situazioni come un peso enorme, ecco perché vado volentieri a cena con i peccatori, perché sono loro che mi fanno capire dove sta l’altra faccia della verità.
Don Lorenzo Milani ricordava spesso che lui aveva sì insegnato a leggere e a scrivere ai suoi alunni di Barbiana, ma loro, figli di contadini, gli avevano insegnato a vivere. Al giovedì sera abbiamo la cena con tutti i poveri che vogliono venire in comunità. Apriamo la porta a tutti, senza distinzioni. Lì, mi sento finalmente a mio agio, nel senso che condividiamo “qualcosa” con loro, ecco perché mi chiamano spesso “compagno”. So che alcuni, specialmente in ambito ecclesiale, non sopportano che mi faccia chiamare “compagno”. Io sono da sempre contro ogni dittatura, ogni dispotismo rosso, verde o bianco. Eppure lì, a tavola con i peccatori, finalmente mi sento un povero prete che spezza il pane.

So di essere un personaggio conosciuto, e qualche volta le lusinghe del successo e del potere arrivano anche nei meandri più sconosciuti e lontani della mia coscienza. Arrivano anche a me: «Guarda questo,» potrebbe giustamente dire qualcuno «sta con i poveri e, a causa loro, va in tv, scrive libri e lo intervistano in continuazione». So che è un rischio. Ne ho anche il terrore, e mi sento male al pensiero che la mia notorietà potrebbe ferire la sensibilità anche di un solo povero. Tuttavia corro il rischio, perché non posso tacere. Anche e soprattutto nella mia chiesa. Io non taccio, parlo per i miei poveri, per l’umanità sofferente dimenticata dall’indifferenza.

Approfitto di alcuni strumenti per dire apertamente ai potenti di turno che dobbiamo reagire a questa “delinquenza legale” che sta ammorbando la nostra Europa. Tra l’altro, i contratti di tutti i libri che firmo sono intestati alla Comunità San Benedetto e tutti i diritti d’autore sono a favore della comunità, che ovviamente ha molte spese, perché le iniziative contro la povertà e l’emarginazione necessitano di risorse.
Le conferenze, i libri e le trasmissioni televisive mi danno la possibilità di parlare, di far capire alcune cose e, a volte, è più importante far passare alcuni concetti di legalità e giustizia che non dare l’elemosina al primo mendicante che si incontra per strada. Mi trovo a casa nella mia chiesa, e quindi brontolo quando c’è da brontolare. E provoco, se c’è da provocare. Poi arriva il momento in cui spezzo il pane con i miei “randagi” di strada. È il momento più bello, che mi fa capire quanto la Chiesa sia davvero santa nei suoi testimoni sconosciuti e nascosti agli occhi del mondo.

Don Andrea Gallo

Servizio Pubblico ci ha fatto sapere che il comune di Alessandria è al fallimento. Ospite il sindaco Maria Rita Rossa che ha trovato un buco di 100 milioni di euro. Non ci hanno detto che il responsabile ha un nome ed un cognome: Piercarlo Fabbio, Pdl.


Per sapere di che partito è il sindaco di Alessandria, ospite della prima puntata di Servizio Pubblico per denunciare le condizioni del suo comune  prossimo alla bancarotta,  si deve andare su internet.
Non finirò mai di apprezzare la rete, perchè Servizio Pubblico non ci pensa nemmeno a denunciare, nel senso di informazione, chi è il responsabile del fallimento di Alessandria, Piercarlo Fabbio, sindaco pidiellino dal 2007 al 2012 e di che partito è il sindaco attuale lasciata con il cerino in mano vicino alla benzina.
Questo modo di informare, secondo me, fa parte del disegno disfattista che tutta l’informazione mette in atto contro la politica, i politici, i politicanti e serve per dare l’impressione che i politici siano tutti uguali, come gli elettori. Un branco di corrotti, corruttibili o di ladri. Non serve specificare di che partito è il Sindaco di Alessandria, che ci mette tutta se stessa per salvare la sua città, tanto i politici sono tutti uguali, tutti delle stessa pasta.
Ed invece no, non è come vogliono farci credere, credo che ad uno meticoloso e  preciso come Travaglio non sia sfuggito che il Sindaco di Alessandria  Maria Rita Rossa è del Pd, lo so che è una delusione, non è del movimento 5 stelle, ma è il sindaco che ha trovato in eredità un debito di 100 milioni lasciato dall’amministrazione precedente di centrodestra, Pdl e lega.
Piercarlo Fabbio è stato rinviato a giudizio insieme ad un ex assessore ed al ragioniere capo del Comune di Alessandria per bilancio falsificato ecc.ecc.
Come ha speso questi soldi l’ex sindaco di Alessandria, insieme alla sua maggioranza di centrodestra?
Per saperlo ci dobbiamo affidare ai comici, Servizio Pubblico non lo sa, a Santoro non l’hanno detto ed a Travaglio nemmeno, nemmeno un grillino di Alessandria che abbia fatto una telefonata per metterli al corrente.
Dicevo che dobbiamo rivolgerci ai comici, a Maurizio Crozza il quale durante un monologo nella trasmissione “Crozza delle meraviglie” dichiara quanto segue:
Tra le varie spese del comune di Alessandria nel 2011 ci sono 1 milione e 400.000 euro di rose ed orchidee comprate in Moldavia. Dato il prezzo penso abbiano comprato anche le fioriste, tutte le fioriste della Moldavia.
12.000 euro furono spesi, sempre dalla simpatica combriccola che governava Alessandria, per comprare un tartufo da offrire come cadeau a Berlusconi.
Con 12.000 euro si possono comprare 6 orgettine per una serata di vita a villa S. Martino, non lo sapeva l’ex sindaco di Alessandria Piercarlo Fabbio?
Sarò malizioso, sono malizioso, ma queste informazioni a metà hanno uno scopo preciso, pompare l’antipolitica ed impedire al grande pubblico di valutare che in politica, come nella vita, non siamo tutti uguali.
Non sono tutti uguali.
Berlusconi da una parte, certa informazione dall’altra, stanno abbattendo insieme lo stesso albero, la stessa pianta. Quella della Democrazia.
E non venitemi a dire che che è stato un disguido, una amnesia, come dice l’Unità.
Travaglio e Santoro, quelle
“strane” amnesie su Pd e l’Unità
Comunque, giusto per informare chi leggerà questo post, Maria Rita Rossa è del Pd.
Non è Bersani, non è Renzi ma è del Pd e va rispettata. E’ la Signora bionda al centro della foto, è del Pd.

Ieri sera ho visto su Blob una devastata Barbara D’Urso con Sallusti mandare in onda un falso come gli applausi scroscianti. Non una vittima, due parassiti.


Devastata dalla ferale notizia che il giornalista meno professionista di tutti è stato condannato e deve andare in carcere la santa Barbara di canale 5 ha sparato le sue bordate.
Dipingendo il millantatore in questione come un eroe gli ha domandato se avrebbe chiesto la grazia a Napolitano ed il figuro ha risposto: Napolitano è a capo di questa magistratura (infame) che mi condanna per una opinione, andrò in carcere, non voglio nessuna grazia.
E’ così che si disinforma nelle televisioni del piduista, basta avere una trasformista come Barbara D’Urso che passa dalla maschera di dolore atroce alle sguaiate risate per il tronista di turno ed il gioco è fatto.
Se poi si insiste con la menzogna e senza nessun contradditorio ecco che il gioco è pesante, qualche milione di italiani è rincoglionito del tutto.
Sallusti non è stato condannato per una opinione, per quanto lo disprezzi mi sarei incazzato anch’io, è stato condannato per diffamazione: DIFFAMAZIONE.
Con quella sceneggiata hanno diffamato ancora una volta la vittima, il Presidente della Repubblica, la Magistratura ed i teledipendenti di canale 5.
Un conto è fare il teatrino del dolore con i vari derelitti reduci dalla casa o da Via Olgettina un altro recitare spudoratamente conivolgendo la libertà di pensiero, di opinione.
Dei due non so quale mi faccia più schifo e dei loro telespettatori non ho nessuna pietà, nemmeno della loro ignoranza.
Mentre Sallusti recitava il ruolo del martire per la libertà di opinione ed una straziata Barbara D’Urso tratteneva a stento le lacrime, ma l’occhio era umido, si sentiva la claque che gridava: No! E gli applausi scroscianti a comando.
Si sono commossi per una cosa che non esiste è il più alto livello etico e politico che la televisione di Berlusconi riesce a toccare, la menzogna.
Il reality dell’indecenza, l’indecenza reale.
Come quelle che il piduista ha sciorinato ieri davanti al Tribunale di Milano.
Spero che la baldracca in questione non abbia coinvolto i martiri della Resistenza per fare un paragone con il paladino della libertà di opinione in conto terzi.
Uno schifo senza fine.
La Barbara si è commossa per una supercazzola, ma ne era cosciente. Faceva parte del copione.

Post di servizio per i giornalisti italiani, di destra e di sinistra, che non conoscono il significato delle parole. Sallusti è condannato per diffamazione, non per una opinione. Ammesso che ne abbia una sua, non dettata da Arcore.


Il termine opinione (dal latino opinio, -onis; in greco δόξα, dòxa) genericamente esprime la convinzione che una o più persone si formano nei confronti di specifici fatti in assenza di precisi elementi di certezza assoluta per stabilirne la sicura verità. Con la opinione si avanza, spesso in buona fede, una versione personale o collettiva del fatto che si ritiene vero e, pur non escludendo che ci si possa ingannare, tuttavia lo si valuta come autentico sino a prova contraria.

Diffamazione è il termine giuridico che designa una forma di espressione che porti lesione all’onore di una persona o di un’istituzione.

L’opinione è una convenzione che può essere anche errata, la diffamazione è un reato specialmente se si basa su notizie false ed infondate.
La specializzazione di Sallusti.
Tra l’altro Feltri, che permise a Farina di scrivere impunemente sul suo giornale nonostante fosse sospeso dall’ordine dei giornalisti e poi radiato, e Sallusti cercano di scaricare l’agente Betulla che sino a quando si limitava a dossier fasulli  su Prodi era un fenomeno, quando ha messo nei guai Sallusti è diventato un pirla e codardo.
Renato Farina e l’agente Betulla sono la stessa persona, cresciuta in seno a Comunione e Liberazione che personaggi del genere li sforna in quantità industriale.
LA BUFALA SU ROMANO PRODI – Su richiesta di Pio Pompa poi, alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, quelle dei “24 mila voti” e dei “brogli elettorali”, per usare un’espressione molto delicata di Silvio Berlusconi, Betulla pubblicò su Libero un falso dossier redatto ad arte dal Sismi nel quale si incolpava Romano Prodi di aver autorizzato, come Presidente della Commissione Europea,  le cosiddette “missioni straordinarie” della Cia nel territorio continentale. Circostanza smentita dalla stessa Unione Europea al momento della discussione di un provvedimento che invita i singoli paesi a rivelare come mai sono state appoggiate le azioni Cia nel territorio dei membri dell’Ue, con speciale interesse verso Romania, Lituania e Polonia.
Questo è Farina e sia Feltri che Sallusti lo sanno benissimo, se è un vigliacco somiglia a loro. Anche Sallusti è un vigliacco che scambia la diffamazione per opinione fingendo di fare il martire prossimo alla galera.
Qui siamo a commentare tre o quattro tra le persone peggiori che esistano nel mondo del giornalismo e della politica ed il fatto che si scannino tra di loro è una spece di guerra di mafia dove non ci sono vittime innocenti ma picciotti al servizio del boss.
Vediamo chi è e da dove viene Renato Farina:

QUANTE COSE E’ STATO FARINA – Non stiamo parlando di un personaggio come gli altri. No. Stiamo parlando di Renato Farina, uno dei giornalisti più discussi degli ultimi anni. Fu il primo a sapere della liberazione dei tre italiani rapiti in Iraq, con il quarto, Francesco Quattrocchi, ucciso dai miliziani pro Saddam Hussein. Fu collaboratore dei servizi segreti e venne condannato per favoreggiamento nell’ambito dell’indagine sul rapimento di Abu Omar. Fu radiato per questo dall’Ordine dei Giornalisti, ritrovandosi però comodamente in Parlamento, istituzione nella quale ha recitato il mea culpa sicuro di non correre più alcun rischio sia per la sua immunità sia perché la condanna di Sallusti, confermata dalla Cassazione, non può più essere rivedibile. A meno di una revisione del processo alla quale però l’ex direttore del Giornale non sembra essere interessato.

L’INIZIO AL SABATO – Questo è Renato Farina, e forse molto altro ancora. Ma andiamo con ordine, ricostruendo la nascita del “mito”. Laureato all’Università Cattolica di Milano ed entrato nel 1978 nel settimanale “Il Sabato”, fondato da alcuni giornalisti aderenti a Comunione e Liberazione dietro una brillante intuizione di Roberto Formigoni, con Silvio Berlusconi tra i principali finanziatori. Sotto il grido di “Amore e fedeltà all’essenziale cristiano. Insopprimibile gusto della libertà in tutto il resto”, il giovane Farina alternò servizi eno-gastronomici ad argomenti più profondi come le apparizioni della madonna di Medugorje.
Specializzato in apparizioni della madonna di Medugorje ad un certo punto ha cominciato ad avere le visioni anche lui ed è diventato l’agente Betulla, specialista in visioni diffamatorie senza nessuna madonna, ma in conto terzi.
Quasi sempre per conto di Berlusconi.

“Amore e fedeltà all’essenziale cristiano. Insopprimibile gusto della libertà in tutto il resto” Era il motto del giornalino di Comunione e Liberazione, peccato che a metterlo in atto fossero Formigoni, Farina e Berlusconi.
E’ tutto dire, un testacoda tra gli integralisti cattolici di Cl e la P2.
Altro non ho da dire se non che tutti i giornalisti, di destra e di sinistra, che si sono spesi per la libertà di pensiero, di parola e di opinione di Sallusti, sarebbe il caso che tornassero a scuola a fare un ripasso sul significato delle parole.
Ve lo dice uno che spesso è ripreso per i suoi errori di grammatica o di sintassi, mai per il senso di quello che scrive. Il valore di quello che scrive, la sostanza come la chiamo io.
Opinione non è diffamazione, fatevene una ragione.
Per chi volesse saperne di più sull’agente Betulla metto il link di un articolo, sempre che vinca la nausea e riesca a leggerlo.

Betulla’s story


Potrei anche arrivare alla considerazione che ho sbagliato tutto nella vita ma, se mi fossi venduto, sarei stato peggio nella testa. Ci vogliono delle capacità per essere opportunisti, vendersi. Elogio all’opportunismo parassita.


Il trasformismo di certe persone, ma anche l’interessarsi solo ed esclusivamente di quello che ci tocca personalmente, della convenienza personale, non è cosa da tutti ci vuole pelo sullo stomaco ed un Dna privo di etica e di dirittura morale.
Questo modo di vivere coinvolge tutto il nostro mondo , dal lavoro, la passione politica ed anche l’amore.
C’è chi si innamora seguendo il cuore , le emozioni, e c’è chi si innamora dopo che ha visto il livello di vita o la denuncia dei redditi della probabile, in prospettiva,  amata.
Anni fa ricordo di avere scritto in uno dei miei primi post che io, in amore, non ho mai fatto calcoli ed infatti sono sposato da oltre 41 anni con una che viene dalle case di ringhiera. 5 figli e due genitori in due locali, se così li vogliamo chiamare, bagno in ringhiera con i giornali tagliati in pezzi quadrati come carta igienica,così ci si poteva fare anche una cultura.
Scrissi: la prossima volta che mi innamoro prima voglio vedere il 740, il suo e quello della famiglia.
Ma queste sono cose private, non credo interessino a qualcuno.
Quello che interessa o coinvolge tutti è invece il trasformismo di certi personaggi del mondo politico o del mondo del lavoro che molto prima, ma molto eh, dei calciatori hasnno baciato l’ultima maglia giurando amore eterno o confessando di esserne tifosi sin da piccoli. Di solito la maglia che baciano è quella che rende di più, ha il contratto più lungo e favorevole.
Così ti trovi quello che nella vita passa dai fascisti ai comunisti, da un partito all’altro, da una azienda all’altra senza mai riconoscersi, immergersi, in essa e sposarne la causa.
Essi sposano una cosa sola, l’ultimo contratto, l’offerta al rialzo.
Cambiano i nomi dei partiti ma non cambiano i protagonisti, alcuni cambiano pure il partito o ne inventano uno nuovo ma il fatto che in Parlamento una volta sedesssero a destra e adesso siedano a sinistra, senza nemmeno passare dal centro, non fa nemmeno notizia. Pur di salvaguardare la loro mangiatoia personale diventano parte dell’arredo, l’importante è mantenere il posto, la poltrona puntando anche sul fatto che gli italiani non hanno memoria.
Sono pochissimi quelli che notano il cambiamento, l’opportunismo che anima certe scelte e ti trovi che chi era a sinistra nella prima Repubblica adesso è a destra o viceversa.
L’unica cosa che non cambia, come gli ideali che sono mobili come la donna, è il vitalizio, lo stipendio.
C’è chi si crede di sinistra e si iscrive al Pd, perchè non gli piace Berlusconi, ma fa la stessa politica credendo di esserne contro, ci sono pure quelli che gli credono, che gli vanno dietro.
Mi viene in mente una frase di una canzone di Iannacci che, secondo me, spiega il cocetto:
Quelli che da tre anni fanno un lavoro d’equipe convinti d’essere stati assunti da un’altra ditta, oh yes!
Il lavoro di equipe è il Parlamento e la ditta è sempre la stessa, il carrozzone che da decenni garatisce loro bella vita e vitalizio.
Gli ideali? Si adattano alla bisogna, alla situazione, alla convenienza.
Sono arrivato al punto di ammirare, si fa per dire, la costanza e la fermezza di Gasparri, La Russa, Alemanno. Facisti erano e fascisti sono rimasti.
Un salto della fossa l’ho fatto anch’io nella mia vita, nato in una famiglia fascista a vent’anni sono diventato comunista, dopo essermi documentato sul periodo fascista e sulla seconda guerra mondiale.
Ho cambiato per scelta non per contrarietà e, come in amore, ho seguito la mia testa, il mio cervello ed il mio cuore.
L’errore è stato questo lo posso dire a, quasi, 64 anni ho fatto una scelta di ideali e non di convenienza. Posso dire che sotto questo aspetto ci ho solo rimesso.
Quindi prendo atto di non avre capito niente, di essere stato precipitoso e di non avere valutato per bene la convenienza, ho scelto per amore e non per calcolo.
In tutti gli errori che posso avere commesso nella mia vita ho però una certezza granitica, se mi fossi “venduto” non mi sarei spoortato. Avrei fatto schifo a me stesso.
Quindi non rinnego niente, nessun rimpianto, prendo solo atto che ci sono persone che seguono la convenienza, l’interesse personale e se ne fregano dell’etica, della morale e della dignità che ogni persona dovrebbe avere.
Molti nella vita hanno cambiato testa, posizione, barricata e lo hanno fatto per passione, con disinteresse ed è un segno di intelligenza cambiare opinione, un merito.
Questi li rispetto, quelli che saltano da una barca all’altra per non affondare o per convenienza no.
Quelli che per vincere sono disposti a qualsiasi tipo di alleanza no.
Mi rivolgo a chi vuole fare politica per, dicono, mettersi al servizio della comunità, fare del bene al Paese, al popolo. Che si riempiono la bocca con la parola popolo, masse, senza mai dire elettori alludendo alle pecore, con una domanda.
Qualcuno, a sinistra,  mi vuole dire cosa intende fare con il capitalismo?
Quelli che ci chiedono sacrifici tutti i giorni e non rinunciano a nessuno dei loro privilegi, sono tutti sopra le centinaia di migliaia di euro all’anno.
Ma non mollano un centesimo, per salvare  il Paese. Si prendono i nostri, non salvano il Paese ma si salvano loro.
Noi non siamo il Paese dei cachi, siamo il Paese dei Scilipoti.

Quelli che ti spiegano le tue idee senza fartele capire, oh yes!

 

 

Rivendico con orgoglio di non avere mai fatto il parassita o l’opportunista, pur tenendo famiglia come tanti. Compagno ero, sono e sarò. Anche se non è di moda.


Questa storia ha 40 anni suonati ed è cominciata il giorno che il mio titolare mi disse: io ti darei 100.000 lire al mese in più, sei bravo e le meriteresti, ma darle a te significa darle anche all’altro per non fare discussioni.
Se è così, Sig. Piero, facciamo una cosa. Dia 50.000 a me e 50.000 a lui così siamo a posto tutti e due.
Questo fu l’inizio. Poi feci anche una discreta carriera sino a diventare responsabile di magazzino, piccolo e poi grazie all’aiuto di un vecchio collega responsabile di 21 persone, quasi un centinaio sul finire della mia vita lavorativa.
La mia etica, il fatto che fossi comunista, mi ha impedito di fare il paraculo o l’opportunista con i colleghi, prima, e con i collaboratori poi.
Tutto quello che avevo da dire nel bene o nel male l’ho detto sempre in faccia prendendomi le responsabilità ed i rischi del caso. Non ero molto tenero o diplomatico con i collaboratori parassiti o che facevano i furbi.
Molti mi rimpiangono ancora adesso, ero uno che riconosceva l’impegno dei collaboratori ed in modo particolare di quelli che avevano meno capacità tecniche o gestionali ma che davano l’anima per il lavoro.
Aiutavo gli “ultimi” e ci sono decine di persone che possono testimoniarlo, ma non scrivo questo post per darmi l’incenso da solo anzi avendo problemi momentanei con la vista correrei il rischio di darmi il turibolo sulla testa.
Sono pochissimi quelli che possono dire a ma non hai mai dato un aumento, o un aiuto quando serviva la liquidazione per comprare la casa. Chi non l’ha avuto ne conoesceva le ragioni meglio di me.
Per uno con la mia testa oggi, secondo l’etica e la morale corrente sono considerato un pirla, certe telefonate risultano umilianti, anzi no, offensive per quella che è stata la mia storia di persona.
Ricevere una telefonata a distanza di mesi per chiedere informazioni su di una persona a me cara, quando questa ha dovuto lasciare casa, città e Paese per andare all’estero in seguito ad una scelta, aziendale o del capo non mi interessa, che ha trovato più facile lasciare a casa una P.I. individuale che, magari, forse, probabilmente, un parassita assunto a tempo indeterminato che tiene famiglia.
Ecco, mi ha fatto incazzare. Mi sono sentito preso per il culo e questo mi ha fatto incazzare.
Mi incazzo facilmente e questa persona lo sa, infatti alla sua domanda  ho risposto: è meglio che non parli , lo sai come andrebbe a finire.
La telefonata è pelosa, avrebbe dovuto farla 8/9 mesi fa, adesso risulta falsa ed ipocrita.
Detto questo può darsi che tra qualche mese saremmo qui lieti di come vanno le cose a Londra e le miserie, etiche, passate dimenticate.
Se avesse pensato ad una telefonata di cortesia la paragono a quella di chi ha mandato uno al patibolo e poi chiama la famiglia per sapere se la lama era affilata o gli ha fatto male.
Mi è servito scrivere questo post per scaricarmi, sfogarmi. Rivendicare la mia diversità mi fa bene, mi rende orgoglioso e non mi interessa se oggi essere solidali, corretti, con colleghi e collaboratori è considerato un atteggiamento da povero pirla.
Io vado a testa alta, tutti hanno potuto voltarmi le spalle senza mai temere nulla da me.
Se avevo da dire qualcosa lo facevo guardando dritto negli occhi dell’interlocutore,  sia esso  un collaboratore o il grande capo, non ho mai mandato a dire niente a nessuno.
Forse è la prima volta con questo post, ma mi rivolgo a me stesso.
In tempi in cui per 10 euro si ammazza la madre non è poco avere dignità ed etica.

Quando ero nel Pci, e mi trovavo d’accordo con un democristiano, la prima domanda che mi ponevo era: Dove ho sbagliato? Su Penati: Formigoni: “Innocente fino a sentenza” E lui non si dimette, non si fa domande.


Come ho già scritto conosco Penati dagli anni 70, i gloriosi anni 70 di Sesto San Giovanni quando le lotte erano lotte e le conquiste erano conquiste.
Eravamo ambedue nel Pci e nel partito c’erano due anime che si combattevano nei congressi. Vigeva il centralismo democratico, che io rimpiango ancora, quando una delle due perdeva era la prima ad alzare la bandiera del pensiero vincitore, si inchinava democraticamente alla maggioranza.
Le lotte dialettiche e politiche erano feroci ma una volta che si arrivava al voto si era compagni più di prima, il fatto che la “corrente” perdente fosse la prima a proporre e propagandare la visione politica di chi era maggioranza ne è la prova. Nessuno si tirava indietro, nessuno minacciava rappresaglie, liberi di esprimere il proprio dissenso in sezione, nei direttivi, ed ovunque una volta fatta la conta ci si allineava alla maggioranza perchè quello che contava alla fine era il voto. Ogni testa era un voto ed il risultato era vangelo.
Avrete già capito che Penati ed il sottoscritto facevano parte dia nime diverse, non dico che una fosse migliore e l’altra peggiore, avevamo una diversa visione della politica e della strategia.
C’era chi voleva abbattere il capitalismo e chi si accontentava di condizionarlo, accettava di giocare la partita sociale e politica nel cortile del capitalismo sfruttatore e parassita.
Per come sono andate le cose nell’ultimo trentennio mi accontenterei di una socialdemocrazia che condizioni il capitalismo, in modo particolare quello finanziario parassita.
Ideologicamente è una sconfitta per me, ma non è un problema se questo servisse ad avere una società più giusta, equa e democratica.
Come siamo ridotti lo vedete tutti e non mi interessa per niente dire: avevo ragione.
Il mio amico Claudio ogni volta che facevamo un passo in avanti nelle conquiste e nei diritti e ci vedeva festeggiare lanciava sempre lo stesso monito: guardate che quando la borghesia ( allora il capitalismo lo si identificava nella borghesia)  vede la mal parata si ritira, ma non illudiamoci di averla sconfitta.
Si ritira per riorganizzarsi, non dimentichiamo che il sindacato è stato inventato dai padroni per difendere i loro interessi, quello dei lavoratori è nato dopo e quindi i più furbi sono sempre i capitalisti, i padroni.
Si rioganizza infiltrando i suoi nei movimenti di protesta, per metterli alla testa delle proteste e riportarle nell’alveo dei loro interessi.
Aggiungeva, guadagniamo un  metro ma se non stiamo attenti ne perderemo due.
Nel 2012 si può affermare che sul piano della giustizia, equità, democrazia abbiamo perso ben più di un chilometro.
Inconsapevoli infiltrati del capitalismo nella sinistra potrei considerare, con il senno di poi, Giuliano Ferrara, Paolo Liguori ed altri parassiti dell’informazione e della politica.
Detto questo torniamo al caso Penati. Non si vuole dimettere e già questo conferma quello che pensavo di lui oltre 30 anni fa, non mi piaceva, troppo accomodante, ma lui faceva parte del direttivo cittadino io della mia sezione.
E’ sempre stato tra i comandanti allora, dopo e adesso. Io non dico che sia colpevole, questo lo stabilirà la magistratura, dico che se fosse un comunista (ex) come molti di quelli che io ho conosciuto, stimato e frequentato si dovrebbe dimettere. Immediatamente.
Come avrete capito pur avendo avuto la stessa tessera di partito siamo profondamente diversi, nel mio piccolo credo di somigliare più ad Enrico Berlinguer che a Penati.
Senza offesa per Enrico che amo come un padre, un fratello maggiore, un uomo che ancora oggi quando leggo i suoi scritti mi emoziona.
Scusami Enrico se ho avuto la spudoratezza di paragonarmi a Te, mi serviva per prendere le distanze da Penati, oggi come allora quando eravamo a Sesto.
Dicevo, quando capitava che mi trovavo d’accordo con un democristiano mi chiedevo subito dove avessi sbagliato, quale trucco ci fosse del quale non mi sono accorto e non ci dormivo la notte.
Qualcosa emergeva sempre, generalmente era l’opportunismo tipico dei democristiani.
Formigoni lo difende, tra l’altro ha i suoi problemi pure Formigoni e non tarderanno ad emergere, e lui non sente la necessità impellente di dimettersi.
Il fatto stesso che Formigoni lo difenda avrebbe dovuto farlo riflettere e spinderlo verso le dimissioni, ma Penati non si pone domande, non si chiede dova ha sbagliato, lui fa sempre la cosa giusta. Sta seduto in poltrona.
Tocca a noi buttarlo giù, prima dei magistrati.
P.S. Le tesssere del Pci che vedete nella foto sono alcune delle mie, le conservo tutte.

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